Parco Nazionale

Abruzzo, Lazio e Molise

Uomo e territorio in Parco Nazionale Abruzzo, Lazio e Molise

Uomo e territorio

Meno selvaggio di quello abruzzese, il settore laziale del parco si estende nel territorio di sette Comuni. Per completezza di informazione è bene sottolineare che i comuni ricadenti nell'ampio territorio del Parco sono 24 (12 abruzzesi, 5 molisani e 7 laziali). Vai ai paesi del Parco.

 

Storia del territorio

Boschi ininterrotti, praterie di quota, salti di roccia, laghi, torrenti e cascate sono lo scenario di escursioni con pochi confronti possibili. E' soprattutto qui che va cercata la wilderness d'Abruzzo, la natura selvatica cui l'uomo contadino e allevatore ha voltato le spalle e dove adesso ritorna in punta di piedi il turista, come a un santuario del silenzio e delle radici con la terra. Ma questo settore d'Appennino viene frequentato dall'uomo praticamente da sempre, se è vero com'è vero che le prime tracce di insediamento trovate localmente dagli archeologici risalgono al paleolitico, all'incirca ventimila anni fa.

Ad un arco di tempo tra VII e III secolo a.C. si fanno risalire le tombe della necropoli di Campo Consilino, presso Alfedena: circa millecinquecento, rivestite di lastre di pietra grezza, disposte irregolarmente, con ricche suppellettili comprendenti vasi fittili, armi e ornamenti soprattutto in bronzo e ferro. Sul monte Curino, a nord dell'abitato moderno, si trovano un tratto di mura megalitiche e i resti di un santuario. Meno documentate le presenze di altre popolazioni preromane come i Marsi, i Peligni, i Sanniti oppure, nel settore laziale dell'attuale Parco, gli Equi, i Volsci, gli Ernici.

Un duro colpo anche alla conservazione delle testimonianze più antiche della storia del territorio venne inferto dal terribile terremoto del 1915, che distrusse gran parte della Marsica.

Di origini altomedievali, i paesini del versante laziale del Parco Nazionale rientrano nella valle di Comino e in passato erano possedimenti della potente abbazia benedettina di Montecassino. Il monumento più insigne dell'area è il santuario della Madonna di Canneto , a quota 1.020 m, fondato forse nel secolo VIII. Conserva una veneratissima statua in legno della Madonna col Bambino, alta circa un metro e risalente al sec. XIII-XIV, probabile opera di un artista abruzzese. La chiesa ha subito nel corso dei secoli innumerevoli rifacimenti. Agli anni Venti del secolo scorso risale l'attuale facciata in pietra, la sola a venire risparmiata dagli ultimi, radicali lavori degli anni Settanta che hanno portato al rifacimento pressoché completo della struttura con nuova edificazione dell'attigua Casa del Pellegrino.

Fin da epoche lontane, il territorio del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise è stato abitato e utilizzato da uomini e donne che hanno dato vita a tradizioni e mestieri percepibili nei vicoli e nelle botteghe artigiane ancora esistenti.

L'attività artigianale, che ha tradizioni antichissime, è legata soprattutto ad oggetti fabbricati per soddisfare i bisogni immediati: i bastoni dei pastori, le ciotole, gli sgabelli per mungere il bestiame, i recipienti per i formaggi, gli utensili da cucina, e gli arredi domestici. Il materiale preferito era il legno abbondante nella zona.

Lo scalpellino lavorava, decorava e collocava blocchi di pietra utilizzata per abitazioni, sentieri e marciapiedi e per gli oggetti ornamentali come fontane, colonne, architravi. Ispezionava il luogo dove le pietre dovevano essere inserite le tagliava e le sbozzava dando loro la forma voluta. Così, semplici decorazioni suggerite dalla natura si sono trasformate in vere e proprie forme d'arte che impreziosiscono ancora oggi i centri storici.

Il fabbro era un artigiano che in passato godeva di molta considerazione perché i paesi a vocazione agricola non potevano fare a meno di questo professionista che forgiava i metalli. Con l'incudine, le pinze e le tenaglie, i martelli e le mazze, il fabbro modellava le barre di ferro incandescenti che cedevano sotto i suoi colpi vigorosi diventando zappe, vanghe, mannaie, accette, falci, picconi, roncole e ferri di cavallo.

Figura tipica era anche quella del carbonaio che restava in montagna per mesi interi, portandosi dietro solo il mulo. I carbonai provvedevano al taglio degli alberi che venivano quindi sramati e depezzati. Successivamente la legna veniva trasportata con i muli nella piazzola dove era sistemata per bruciare. La carbonaia aveva forma conica e una volta appiccato il fuoco veniva coperta con del terriccio, si praticavano dei buchi laterali per far uscire il fumo ed ottenere una combustione lenta senza che la legna incenerisse completamente. Anche di notte, a turno, si sorvegliava la carbonaia per evitare ogni pericolo. I carbonai dormivano in capanni di legno, che una volta terminato il lavoro venivano smontati e trasferiti altrove. Come mezzo di trasporto della legna usavano soprattutto i muli, resistenti e adatti a muoversi nelle zone montuose della regione.

Una tradizione tipicamente femminile era la filatura della lana che veniva praticata con la rocca e il fuso. La lana un tempo veniva cardata facendola passare e ripassare tra due assi di legno contrapposti dai quali fuoriuscivano lunghi chiodi. In seguito furono utilizzate apposite macchine a pedale, nelle quali il fuso era sostituito dalla spola. La lana filata era poi raccolta in matasse, lavata in acqua calda e usata per fare calze, maglioni, maglie, scialli ecc.

Nell'agosto di ogni anno hanno luogo i festeggiamenti in onore della Madonna di Canneto, in occasione dei quali accorrono all'omonimo Santuario migliaia di pellegrini molti dei quali emigranti di ritorno dall'estero. A San Donato Val di Comino la festa del patrono è il 7 agosto. A novembre a Campoli Appennino c'è la Sagra del tartufo, mentre il 18 agosto a San Biagio è il turno dell'emblematica Festa dell'emigrante.