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Dal bosco originario al castagno

    È dalla fine del XVI secolo che i Castelli Romani, interessati, come Roma, dal consistente incremento demografico, dovettero far fronte all’incremento della domanda delle produzioni agricole: vennero così messe a coltura nuove terre favorendo la conversione dei boschi originari.
    L’aumento della popolazione e lo sviluppo dell’attività agricola, con particolare riferimento a quella vitivinicola, determinarono una forte richiesta di legname e venne introdotta la coltivazione dei boschi di castagno governati a ceduo con riserva di matricine. Attraverso l’introduzione di questa specie furono soppiantate gran parte delle selve originarie che attualmente sono relegate a boschi residuali:

    “Alle quote più elevate il bosco misto originario venne gradualmente sostituito dal castagneto per alimentare sia la fiorente industria vitivinicola locale (tutte le osterie di Roma servivano vino dei Castelli), che richiedeva una notevole quantità di vasi vinari e paleria di pezzatura ridotta per tendere i filari delle viti, sia per soddisfare l’aumento di domanda di legname da opera nei cantieri dal mercato di Roma. Grazie alla sua rapidità di accrescimento, superiore alle altre specie del bosco misto, il castagno è stato quindi favorito dall’attività antropica attraverso tagli selettivi del bosco e, in alcune aree, attraverso il suo impianto diretto a sostituzione delle altre specie forestali presenti. La coltura del castagno venne ulteriormente favorita dalle disposizioni delle “Constitutiones” emanate dallo Stato Pontificio (sotto la cui egida ricadevano, all’epoca, i Castelli Romani) nel XVII secolo che liberavano tutti i proprietari di terreni con piante da frutto dai due pesanti usi civici del pascolo e del legnatico. Poiché i castagni venivano considerati alberi da frutto, molti proprietari di boschi trovarono utile trasformare i loro querceti (soggetti a pascolo e legnatico) in castagneti all’interno dei quali, in quanto frutteti, non poteva essere esercitato alcun uso civico.
    L’attuale vegetazione dei Colli Albani, caratterizzata dalla presenza di vaste aree boscate (principalmente castagneti mesofili governati a ceduo) che si alternano a prati-pascolo, nuclei di cespuglieti ed aree agricole a dominanza di legnose agrarie (vite ed olivo), è pertanto il risultato del susseguirsi e sovrapporsi di alterne vicende geologiche, climatiche ed antropiche che nel corso di un brevissimo lasso di tempo hanno interagito l’una con l’altra, lasciando ogni volta tracce di sé nella vegetazione delle fasi seguenti.
    L’istituzione nel 1984 del Parco regionale dei Castelli Romani (con una legge di iniziativa popolare – caso unico in Italia), ha rappresentato uno dei riconoscimenti del valore naturalistico, storico e culturale di questo complesso territorio che è inoltre riuscito a mantenere una forte identità nonostante la vicinanza con la Capitale.”
    Tratto da: "Il Bosco del Cerquone: una selva antica nel Parco regionale dei Castelli Romani"
    di Alessandra Pacini, naturalista del Parco regionale dei Castelli Romani, articolo pubblicato su Gazzetta Ambiente n. 3/2012

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