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8 Febbraio 2016

Cinghiali: fra leggenda e realtà, fra credenze e dati scientifici

Le cause che hanno favorito l’espansione e la crescita delle popolazioni di cinghiali sono legate a molteplici fattori. Tra questi, le immissioni a scopo venatorio, iniziate negli Anni ‘50, hanno giocato un ruolo fondamentale. Effettuati dapprima con cinghiali importati dall’estero, in un secondo tempo i rilasci sono proseguiti soprattutto con soggetti prodotti in cattività in allevamenti nazionali. Tali attività di allevamento ed immissione sono state condotte in maniera non programmata e senza tener conto dei principi basilari della pianificazione faunistica e della profilassi sanitaria. Attualmente, il fenomeno sembra interessare costantemente nuove aree con immissioni più o meno abusive (come testimonia la comparsa della specie in alcune aree dell’Arco alpino dove l’immigrazione spontanea sembra evidentemente da escludersi). Ancora oggi diverse Amministrazioni provinciali, soprattutto nella parte meridionale del Paese, acquistano direttamente cinghiali per il ripopolamento o autorizzano altri Enti gestori (Ambiti territoriali di caccia, Aziende faunistico venatorie, ecc.) a rilasciare regolarmente in natura animali prodotti in allevamenti.

Recenti studi scientifici condotti in Francia e in Germania su gruppi di cinghiali residenti in regioni con diverse densità di cacciatori, hanno evidenziato che la fertilità dei cinghiali è notevolmente più alta quando sono sottoposti a pressione venatoria elevata. Infatti, poiché la caccia ha luogo soprattutto in Autunno ed in Inverno, se in un territorio vengono uccisi molti animali, i sopravvissuti avranno una maggior disponibilità di cibo. Gli animali meglio nutriti si riproducono più presto in Primavera e hanno una discendenza più numerosa.

I cinghiali hanno una struttura sociale molto sensibile. Un esemplare femmina dominante, che va in estro una volta all'anno, guida il gruppo. Il cosiddetto sincronismo di estro fa si che le altre femmine del gruppo siano feconde contemporaneamente. Inoltre essa trattiene i giovani ed impedisce in tal modo maggiori danni alle coltivazioni. Se la femmina dominante viene uccisa, il gruppo si disperde, gli animali senza guida irrompono nei campi, tutte le femmine diventano feconde più volte nell'anno e si riproducono in modo incontrollato.

Mediante foraggiamento legale o illegale, si fornisce cibo innaturale ai cinghiali per favorire la loro moltiplicazione, a vantaggio esclusivo di chi beneficia di una consistente presenza di esemplari sul territorio. E’ indispensabile, in generale, che i cinghiali non vengano alimentati artificialmente: diminuire la ‘selvaticità’ degli ungulati equivale a diminuirne la distanza di fuga dagli umani, accresce la confidenza degli stessi verso le persone anche in situazioni di potenziale pericolo o incrementa l'inclinazione degli esemplari più giovani ad avvicinarsi alle colture.

Il fenomeno del bracconaggio nel Parco dei Castelli Romani esiste (così come testimoniano i dati forniti dai corpi di Polizia operanti sul territorio) e si sviluppa soprattutto in prossimità dei suoi confini; ciò causa spostamenti innaturali di esemplari e genera, spesso, anomale fluttuazioni numeriche e, quindi, concentrazioni improvvise all’interno del perimetro protetto.

Il cinghiale, così come ogni altra specie della fauna terrestre italiana (estendendo, anche gli animali domestici), non attacca deliberatamente l’uomo ma fugge da esso, sebbene possa attivare, solo se minacciato, atteggiamenti esteriori aggressivi, finalizzati a dissuadere l’uomo visto come potenziale minaccia tendendo comunque a evitare il contatto fisico e non certo a renderlo possibile.

Il cinghiale, pur essendo onnivoro, basa la sua dieta sui vegetali per una grandissima parte (fino al 90%); pertanto, non è un predatore attivo di animali di media o grossa taglia.
Gli incidenti (stradali e di altra natura) in cui sia stato accertato il reale concorso del cinghiale non sono superiori a quelli in cui sia stato accertato il reale concorso di animali domestici (cani, gatti, mucche, cavalli, pecore, capre, ecc.).

L’unico predatore naturale del cinghiale, in Italia, è il lupo, soggetto a una caccia irrazionale, in quanto elimina, nel caso specifico, e in alcune aree, una potenzialmente rilevante  forma di controllo naturale delle popolazioni.

Gli abbattimenti diretti e le catture dei cinghiali in Italia non sono state, sino ad oggi, azioni capaci di ricondurre la presenza del cinghiale ad uno stato di equilibrio. Il fatto che ogni anno, in Italia, siano abbattuti migliaia di capi, anche nelle aree protette (solo nel Parco della Maremma e in quello dell’Arcipelago Toscano, ne vengono abbattuti circa 2000/anno), senza che la specie accenni ad un ritorno a condizioni quantitative e qualitative naturali, evidenzia il fallimento del ricorso a questa pratica. Quel che è sicuro, invece, è che tali azioni influenzano negativamente le dinamiche demografiche della specie, destabilizzandone la spontanea capacità di autocontrollo. L’ambiente naturale ha spontanee capacità di resistenza e di ripresa nei confronti delle perturbazioni indotte da fattori interni ed esterni e sarebbe, quindi, in grado di ricondurre progressivamente la presenza del cinghiale a condizioni migliori; tuttavia, affinché esse siano efficaci, occorre che l’uomo eviti continui interventi sull’ambiente (sottrazione di territori, frammentazione e semplificazione degli habitat, caccia e bracconaggio, edificazione capillare al di fuori da qualsiasi pianificazione urbanistica).

Qualsiasi intervento sulla fauna selvatica, patrimonio dello Stato, in un’area protetta deve necessariamente essere attuato secondo le leggi vigenti e secondo lo stato delle conoscenze scientifiche e non sulla base delle spinte emotive reali o indotte.

Il cinghiale autoctono italiano molto probabilmente non è più presente a causa dei ripopolamenti dissennati operati dall’uomo con razze estranee al tipo locale e all’ibridazione con i maiali domestici. Gli esemplari attualmente presenti nel nostro Paese risultano più grandi, molto più prolifici e più confidenti con l’uomo rispetto a quelli che, alla metà del secolo scorso, popolavano parte della penisola.

Da questi dati si possono trarre le seguenti riflessioni:

 1.  il cinghiale è un animale che ha subìto e che subisce ancora oggi fortissime pressioni, dirette e indirette, da parte dell’uomo, capaci di generare squilibri evidenti, di cui lo stesso cinghiale è vittima inconsapevole, al pari degli agricoltori e dei cittadini estranei al mondo venatorio;
 2.  l’abbattimento di numerosi esemplari dell’unico predatore naturale del cinghiale, cioè il lupo, agevola l’incremento numerico di questo ungulato e, quindi, non agevola il ristabilimento di condizioni naturali;
 3.  la risoluzione della problematica non è semplice e, comunque, deve necessariamente passare attraverso la valutazione scientifica degli impatti ecologici, economici e sociali in termini di sostenibilità; si potrebbe anche decidere di non intervenire in maniera drastica, ma, ad esempio, scegliere di agire tramite l’educazione della popolazione, la prevenzione dei danni e l’indennizzo degli stessi;
 4.  la caccia non sembra un rimedio efficace per contrastare i danni dei cinghiali all’agricoltura, anzi, attraverso la perdita della sincronizzazione dell’estro e l’aumento della fecondità, potrebbe essere considerata come una causa dei danni stessi. Metodi alternativi, quali le recinzioni elettrificate e i sensori che “avvertono” l’arrivo degli animali e fanno scattare sistemi di allerta (per gli automobilisti), sembrano invece molto efficaci. Si stanno sperimentando anche metodi di contraccezione selettivi, cioè agenti solo sul cinghiale e non anche su altre specie selvatiche. Questo potrebbe essere il futuro e si dovrebbe comunque investire tempo e impegno sulle soluzioni alternative a quelle più immediate ma, come si è visto, meno efficaci;
 5.  le cause e le responsabilità della situazione attuale non sono riconducibili agli Amministratori delle Aree Naturali Protette, sebbene essi, oggi, siano chiamati a proporre delle soluzioni.

Le soluzioni proposte non possono essere figlie di una situazione di allarme “a prescindere”, non devono essere sospettate di coltivare interessi di parte e, cosa ancora più importante, non devono tradursi in azioni definite al di  fuori delle normative aventi come obiettivo il mettere a tacere le polemiche.

A cura del Servizio Tecnico Tutela Ambientale, Flora e Fauna, Parco regionale dei Castelli Romani

Fonti:

• “Verso una gestione sostenibile dei grandi Mammiferi in Italia: uno sguardo oltre l'Emergenza Cinghiale”
convegno, Bologna dicembre 2015
Atti http://biocenosi.dipbsf.uninsubria.it/atit/

• Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette Monaco A., Carnevali L. e S. Toso, 2010, 2^ edizione. Quaderno Conservazione della Natura, 34, Ministero Ambiente – ISPRA

• Linee guida per la gestione del Cinghiale
 Monaco A., Franzetti B., Pedrotti L. & S. Toso, 2003
 Min. Politiche Agricole, Alimentari e Forestali – Ist. Naz. Fauna Selvatica, Documenti Tecnici, 24, 114 pp.

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