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Monte Orlando
Parco Naturale Regionale

Monte Orlando

Riviera di Ulisse
Esemplare di Malvone delle Rupi

La natura del Parco

Ogni pianta presente sul promontorio di Monte Orlando ha una storia legata a diversi fattori quali il passaggio di uccelli migratori, il suolo in cui è nato il seme, l'esposizione al sole, la vicinanza ad altre piante, la storia degli uomini che sono vissuti e vivono tuttora in questi luoghi. L'associazione di piante più diffusa è la Macchia Mediterranea. Nella macchia convivono in un sottobosco denso ed intricato alberi di piccola e media taglia ed arbusti. Nel versante sud del monte, la macchia mediterranea degrada raggiungendo lo stadio di "gariga", una formazione vegetale formata da piante che meglio si adattano a terreni poveri e intensamente irradiati dai raggi del sole. Il promontorio rappresenta un'importante stazione nelle rotte dell'avifauna migratrice nonchè, data l'inaccessibilità delle sue rupi, sicuro riparo per specie stanziali. Facile pertanto ammirare, in primavera e autunno, le evoluzioni di aironi, falchi pecchiaioli, gheppi, gruccioni, upupe, nibbi, albanelle e perfino cicogne oppure scorgere picchi, passeri, cormorani e gabbiani. Di notte non è infrequente udire i versi di barbagianni, allocchi, assioli o il fruscio di roditori o del ghiro. In ogni caso va rilevato come la fauna terrestre, nonostante sia rigorosamente protetta, risenta della vicinanza del tessuto urbano della città di Gaeta e non sia quindi troppo sviluppata.

Lo specchio di mare antistante le falesie del promontorio di Monte Orlando, sottoposto a tutela, ospita, tra gli scogli affioranti sul mare e su fondali profondi anche oltre 30 metri, numerosi organismi animali e vegetali: alcuni di essi risultano molto comuni nel Mar Mediterraneo, altri invece rappresentano vere e proprie "sorprese" agli occhi di visitatori esperti e non.

Le falesie di Monte Orlando sono un naturale spaccato della composizione delle montagne degli Aurunci di cui i rilievi del Parco fanno parte. Si tratta di una pila di strati di rocce carbonatiche, che nelle parti più alte delle montagne circostanti supera i 1500 metri. Queste rocce sono costituite da carbonato di calcio e da carbonato di calcio e magnesio: quando prevale il primo sono dette calcari, quando prevale il secondo sono dette dolomie. Si sono formate nel Cretaceo, che inizia 135 milioni di anni fa, in un ambiente marino simile alle attuali piattaforme coralline delle Bahamas.

Gli organismi monocellulari, le alghe e i molluschi che vivevano nel mare poco profondo e cristallino del Cretaceo, fissavano il calcio contenuto nell'acqua; dopo la morte le parti dure degli organismi si accumulavano in fondo al mare, insieme al fango. La deposizione del materiale compensava lo sprofondamento della piattaforma; il processo ha dato quindi origine alla deposizione di migliaia di metri di strati carbonatici. Alla fine del Cretaceo, cioè 65 milioni di anni fa, è iniziato quel processo che i geologi chiamano orogenesi, che porta all'emersione, inizialmente come isole poi come catene montuose, dei sedimenti depositatisi in mare. Il motore di tutto ciò è lo scontro tra l'Africa e l'Eurasia. Lo scontro è causa di sollevamenti, compressioni e sovrapposizioni, pieghe e rotture degli strati rocciosi.

Una testimonianza di questi eventi è ben visibile nelle fratture delle falesie di Monte Orlando. La famosa Montagna Spaccata, altro non è che una faglia, cioè una rottura delle rocce con movimento delle parti: questo meccanismo genera anche i terremoti.

É utopistico pensare che in un luogo come Monte Orlando, ove si hanno testimonianze della presenza umana fin da epoca romana e di attività militari protrattesi fino alla Seconda Guerra Mondiale, la vegetazione non abbia risentito dell'azione antropica. Nonostante ciò, esistono i presupposti per un graduale ritorno al suo stato integrale. Considerate le condizioni climatiche, diverse anche a distanza di poche centinaia di metri, possiamo ben riconoscere 4 forme vegetazionali caratteristiche: il bosco, la macchia bassa, la gariga e la vegetazione rupestre.

Il bosco occupa la parte nord-occidentale dell'area ed è prevalentemente formato da lecci; non mancano pini e roverelle, frutto di attività di rimboschimento effettuate intorno al 1850 durante il periodo del Regno Borbonico. A testimonianza delle attività agricole del passato, sempre nel bosco, ritroviamo un buon numero di olivi mentre i carrubi, le cui bacche sono appetitissime ai cavalli, testimoniano anche come tali alberi fossero stati impiantati per scopi militari. I settori più umidi del bosco favoriscono la presenza di alloro e biancospino. Nel bosco abbiamo anche esemplari imponenti di mirto e lentisco che hanno tratti distintivi, dovuti alla minor esposizione al sole, diversi da quelli abbondantemente presenti, in altri settori del Parco. Tra le specie rampicanti ricordiamo l'edera, l'asparagina, lo smilace, la rubia peregrina e la vitalba.

La macchia bassa di Monte Orlando è stata indubbiamente influenzata da incendi succedutisi prima dell'istituzione dell'Area Protetta. Le specie arboree presenti oggi, nate da rigenerazione da ceppaia, ossia da piante arse in seguito ad incendi, si adattano alle diverse caratteristiche del terreno in cui vivono. Da tenere presente anche l'influenza del fattore della competizione tra le specie per accaparrarsi i raggi della luce solare. Così l'erica arborea ed il corbezzolo popolano densamente i terreni sub-acidi, mentre scompaiono dove l'acidità diminuisce. La zona calcarea è quella maggiormente degradata: avremo qui, sotto forma di cuscini posti con buona continuità sul terreno, mirti, lentischi, cisti, ampelodesme.

Tutto il settore del Parco esposto a sud è caratterizzato da aridità, forte insolazione ed esposizione ai venti; presenta una vegetazione discontinua allo stadio di gariga, formata da lentischi, eriche, cisti marini, ginestre spinose e rari esemplari di carrubazzo e terebinto. Di contro le condizioni estremamente sfavorevoli determinano la crescita di piante non presenti altrove come Ornithogalum arabico, gladioli, e numerosi agli. A queste piante perenni se ne associano altre annuali che si seccano con il sopraggiungere del caldo. La gariga è ambiente d'elezione di molte orchidee alcune delle quali presenti in buon numero, altre rare come la Spiranthes spirali, l'unica europea a fioritura autunnale. L'inaccessibilità delle falesie ha fatto in modo che su esse si sviluppasse una vegetazione che si è conservata quasi del tutto inalterata. Annoveriamo così tra le piante rupestri il pino di aleppo aggrappato alle rocce a picco su mare, di cui studi recenti hanno dimostrato il carattere autoctono. Di grande importanza sono le palme nane autoctone dell'Europa continentale, ultimi esemplari scampati alla depredazione di coloro che ne hanno ornato i giardini privati. Troviamo anche la Lavatera maritima, il raro Convolvulus siculum, diffuso in Sicilia e Sardegna ma rarissimo nell'Italia continentale. Di straordinaria rarità l'Asplenium petrarchae, una felce che vive in piccolissime fessure. Da ricordare, infine, tra le piante rupestri, la rara Daphne sericea, la lavandula, il rosmarino, la ferula, l'elcrisio, la cineraria, la Barba di giove, l'euforbia arborea, il finocchio marino.

Il Parco di Monte Orlando, rappresenta un approdo di rilevante importanza per i flussi di avifauna migratoria che muovono in direzione delle coste tirreniche. Facile quindi comprendere come il volteggiare di uccelli durante gradevoli giornate di autunno o di primavera e i versi dei rapaci notturni, rappresentino, dal punto di vista faunistico, l'aspetto più spettacolare dell'area. Di contro la fauna terrestre, data anche la forte antropizzazione circostante, si limita ad esemplari di roditori, quali: il toporagno, la crocidura, il topo campagnolo e, stranamente, poichè questo non è il suo habitat, il ghiro. Altri rettili ed anfibi minori sono la lucertola muraiola, la luscengola, il biacco, tra i primi, la rana verde, il rospo comune e la raganella, tra i secondi.

Tornando all'avifauna è bene distinguere le specie stanziali da quelle migratorie; tra le prime trovano sicuro rifugio tra rocce inaccessibili il picchio muraiolo, il rondone e il maestoso Falco pellegrino. Ben visibili anche gabbiani e cormorani che riposano sulle scogliere dopo intense battute di pesca. Tra i boschi, non sfuggirà all'attento visitatore il verso soffiante tipico del Barbagianni. Tra gli uccelli migratori ricordiamo aironi, falchi pecchiaioli e cicogne. Il silenzio notturno del parco, invece, è rotto sovente dai versi di assioli, civette e, in misura minore, allocchi. Il versi di tali rapaci sono stati per lungo tempo ritenuti dalla credenza popolare, premonizione di disgrazie; udendoli dovremmo invece considerare l'importante ruolo che essi svolgono nell'ecosistema, quali controllori delle popolazioni di roditori.