Sentiero dei briganti

Il triste fenomeno del brigantaggio, che condizionò la vita nell'Alta Tuscia lungo l'intero arco del XIX secolo, è stato scelto come filo conduttore di un itinerario storico tracciato tra Monte Rufeno (presso Acquapendente) e Vulci (dalla parte di Canino), attraverso i luoghi che furono testimoni della vita, dei delitti e dalla fine di molti briganti.

Un itinerario percorribile a piedi, in mountain-bike o a cavallo, indicato da un'apposita segnaletica direzionale e dotato di un apparato illustrativo per la conoscenza sia delle principali emergenze culturali lambite dal sentiero sia delle più note figure di briganti che, per le loro gesta, sono passate alla storia.

Il progetto, realizzato dalla Comunità Montana "Alta Tuscia Laziale", è stato finanziato con l'iniziativa comunitaria Leader II.

Un fenomeno sociale favorito da una miseria diffusa, da un governo ottuso, da una giustizia giusta solo per nobili e latifondisti, ma anche un falso mito, quello del brigantaggio, nel senso che i vari Tiburzi, Biagini, Menichetti e quanti altri, non furono certo quei Robin Hood che una cattiva letteratura ha voluto farci credere.

L'esempio migliore ce lo offre proprio Domenico Tiburzi, a ragione considerato come il più famoso Brigante dell'Alta Tuscia, il "re del Lamone", non per particolari doti di crudeltà o di coraggio, bensì per l'organizzazione che seppe imprimere alla sua banda, a cui dette una struttura quasi aziendale, con un presidente al vertice (lui stesso), un amministratore delegato (Domenico Biagini) ed un consiglio di amministrazione, in cui si avvicendarono vari personaggi, alcuni dei quali (Pastorini, Basili e Bettinelli), colpevoli di aver tradito gli scopi aziendali, vennero anche "licenziati", ovviamente tramite l'eliminazione fisica.

Come impiegati furono assunti fattori, guardiani e benestanti e come operai intere schiere di poveracci, reclutati nei vari paesi ed utilizzati sopratutto come vivandieri ed informatori.

Si trattò quindi, di una vera e propria Holding del crimine, organizzata, come si direbbe oggi, secondo i criteri di grande "managerialità".

Non a caso il regno di Tiburzi durò molto a lungo proprio grazie agli equilibri che era riuscito a stabilire con i potentati locali, evitando accuratamente di scontrarsi con la polizia e tutelando gli interessi dei possidenti, a cui garantiva protezione non solo dagli altri briganti, ma anche da ogni altro genere di problemi, dietro un regolare compenso, come fosse una paga, un premio assicurativo o una tassa sulla salute. Percorrendo il sentiero non sarà possibile cogliere tutto questo, quello che era un territorio di "frontiera", di malaria e di miseria è oggi un grande comprensorio ricco di storia e di natura intatta.

Il sentiero dei briganti vuole fornire una ulteriore occasione per addentrarsi e per conoscere gli angoli più belli e segreti.

Tiburzi, il livellatore della Maremma, e la sua banda vi permetteranno di entrare nel loro territorio. Fatelo in punta di piedi, dal folto del bosco, "loro" vi terranno d'occhio. Buon viaggio.

Dai un voto all'itinerario