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Natura

La natura del Parco

Istituita con legge regionale n.45/94, la Riserva Naturale Selva del Lamone occupa 2002 ettari nel territorio del Comune di Farnese, in provincia di Viterbo al confine con la Toscana. Ente gestore è il Comune di Farnese. Fitta e solitaria come pochi altri boschi collinari della regione, si estende a rivestire un singolarissimo altopiano di natura lavica solcato dal corso del fiume Olpeta. L'area è perlopiù pianeggiante, con modeste ondulazioni rappresentate da rilievi come il cono di scorie di Semonte oppure da depressioni a imbuto quale la Rosa Crepante.

Fauna

La fauna della Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone non è quantificabile in termini di numero di specie perché molti taxa, soprattutto invertebrati, non sono stati ancora studiati. Se ci limitiamo ai soli vertebrati, lo stato delle conoscenze è molto più avanzato e ci permette di affermare, con un buon margine di sicurezza, che il Lamone ha una fauna estremamente ricca: 6 specie di pesci, 9 specie di anfibi, 15 specie di rettili, 40 specie di mammiferi (il capriolo è presente con due sottospecie, Capreolus capreolus capreolus e Capreolus capreolus italicus); per quanto riguarda gli uccelli, abbiamo finora contato 124 specie tra Riserva e area contigua di cui 75 sicuramente nidificanti.

Tuttavia il numero di specie, da solo, non basta a sintetizzare l’importanza conservazionistica di un luogo perché in questo indice si dà lo stesso peso a specie che, in realtà, hanno un valore conservazionistico molto diverso: le specie alloctone (nessuna importanza conservazionistica) contano tanto quanto le autoctone, le specie rare quanto quelle comuni, le specie ad ampia distribuzione quanto quelle endemiche. L’approccio basato sul numero di specie è quindi concettualmente sbagliato: è necessario spingersi oltre i semplici numeri e valutare l’importanza di singoli taxa.

A livello di ittiofauna, su sei specie presenti nei corsi d’acqua della Riserva e dell’area contigua quattro sono autoctone (vairone, rovella, cavedano, barbo tiberino), una alloctona sensu stricto (trota fario) e una è importata dal bacino padano (barbo padano); il rapporto autoctone/totale è quindi di 2/3, ossia 0.66; nell’intero bacino idrografico del fiume Fiora sono state invece censite 13 specie di cui sette autoctone, con un rapporto autoctone/totale pari a 0,54 (nota 1); possiamo quindi concludere che la Riserva e la sua area contigua sono estremamente importanti a scala di bacino idrografico perché poco “inquinate” dalle specie alloctone.

Altro esempio dell’importanza del Lamone per singole specie è il moscardino, Muscardinus avellanarius. Il moscardino è un roditore arboricolo sottoposto a tutela rigorosa dalla direttiva europea “Habitat”, diffuso in tutta Europa; uno studio triennale condotto nella Selva del Lamone e in altre aree boschive dell’Alto Viterbese, della Sabina e della Toscana meridionale ha dimostrato che il Lamone, area a minor livello di frammentazione rispetto alle altre, ha la popolazione più grande, con il più alto tasso di sopravvivenza e il più alto numero di piccoli per nidiata; a scala di paesaggio il Lamone è probabilmente un’area source nella dinamica di metapopolazione del moscardino (nota 2).

Altra specie che “innalzano” il valore conservazionistico della Riserva sono la salamandrina di Savi (Salamandrina perspicillata), specie endemica dell’Italia peninsulare nella fascia che va dall’Appennino nord-occidentale alla Campania settentrionale; il gambero di fiume (Austropotamobius pallipes), presente in Italia con popolazioni geneticamente diverse da quelle del resto d’Europa e in fortissima regressione a scala continentale a causa dell’inquinamento dei corsi d’acqua, dell’alterazione dei loro habitat dal punto di vista idraulico e geomorfologico, del prelievo (illegale!), ma soprattutto della competizione con specie invasive, come ad esempio il gambero rosso della Louisiana, che hanno la meglio sul gambero autoctono e che sono vettori di agenti patogeni a cui il gambero autoctono è molto vulnerabile.

A livello di ecosistemi, il bosco è l’habitat preferenziale di moltissime specie tra cui il picchio verde, il picchio rosso maggiore (simbolo della Riserva), il rigogolo, la beccaccia, l'upupa, la ghiandaia tra gli uccelli diurni, mentre di notte la foresta si popola di uccelli notturni la cui presenza, nel buio, è tradita dai suggestivi versi: succiacapre, allocco, civetta, barbagianni, assiolo, gufo comune. Tra i mammiferi tipici del bosco i più comuni sono il cinghiale, il capriolo, lo scoiattolo, il ghiro mentre molto più rari sono la martora, il gatto selvatico, il lupo, il tasso.

I seminativi e i pascoli sono invece l’habitat di alimentazione di molti uccelli: poiana, gheppio, biancone, albanella minore tra i rapaci; allodola, calandrella, cappellaccia tra i passeriformi, per non citarne che alcuni. Molti rettili prediligono i muretti a secco e le zone più pietrose degli ambienti aperti: la lucertola muraiola, la lucertola campestre, il ramarro, la luscengola, l'orbettino, il biacco, il cervone, la rara coronella girondica. La vipera, invece, è presente sia negli ambienti aperti sia in quelli boschivi, a condizione che vi sia una intensa radiazione solare diretta.

Gli arbusteti e le fasce ecotonali ospitano numerosissimi passeriformi come la cinciallegra, la cinciarella, il merlo, il pettirosso, lo scricciolo, l'usignolo, il frosone, il cuculo, la capinera, l'occhiocotto.

Gli stagni temporanei, localmente detti “lacioni”, e i fontanili sono i siti riproduttivi di numerosi anfibi: tra gli urodeli troviamo il tritone punteggiato e il tritone crestato italiano, tra gli anuri la raganella, la rana agile, il rospo comune, il rospo smeraldino e altri.

Alcune rarità vengono segnalate tra i Coleotteri Nitiduli, tra i quali Meligetes bucciarelli, che trova nella Selva del Lamone una delle stazioni più settentrionali del suo areale, mentre, per contro, la popolazione della Selva di Brachypterolus vestitus ne costituisce il nucleo più meridionale. La biomassa legnosa morta o marcescente costituisce l'ecosistema ideale per una ricca entomofauna xilofaga, ovvero di quelle specie che si nutrono del legno in decomposizione, e per decine di specie di funghi saproxilici, a riprova dell'importanza della conservazione, per la biodiversità, della foresta sia "viva" sia "morta".


 

1 Tancioni L., Celauro D., Colombari P.T. et al., 2012. La biodiversità ittica degli ecosistemi fluviali del Lazio. Poster presentato al XXII Congresso S.It.E., Alessandria, 2012. http://arplazio.it/documenti/schede/3325_allegato1.pdf. Sull’ittiofauna si veda anche la Carta della biodiversità ittica del Lazio: http://www.arplazio.it/schede~extra&sx-pp+id_pp-49+id_settore-3+id-3240.htm.

2 Per approfondimenti si vedano Mortelliti et al. (2014), Mortelliti et al. (2012).

Flora

Sulle lave del Lamone si sviluppa una foresta variegata, con residui di lecceta, mentre il piano dominante è dato da un bosco misto di latifoglie e, lungo la fascia settentrionale, dalla cerreta. Importanti sono alcuni lembi di faggeta, abbondantemente sotto quota. Molte sono le specie vegetali rare e protette, per le quali spesso il Lamone rappresenta una delle poche se non l'unica stazione del Lazio: tra le altre, l'asplenio settentrionale, il lupino greco, la veccia di Loiseleur. Sulle murce le specie vegetali, soprattutto le essenze spinose (prugnoli, biancospini, rovi, stracciabrache), creano un intrico spesso impenetrabile che non poco ha contribuito alla creazione del mito di selva dantesca.

Geologia

Il Lamone è un bosco aspro e selvaggio, ricco di ammassi lavici, anfratti bui e siepi impenetrabili. Cresce su un vasto plateau lavico roccioso ed impervio che si presenta come un tavolato irregolare, allungato e debolmente inclinato in direzione Sud Ovest, marcato da alcuni rilievi rappresentati da antichi coni eruttivi cumuli di lava grigia (noti localmente con il nome di murce). Il paesaggio accidentato è inoltre segnato da molti crateri di collasso e da forre, che sono vestigia di condotti lavici ormai demoliti.

Le eruzioni che hanno originato le lave sono avvenute nell'ultimo periodo di attività del cosiddetto vulcano di Latera (tra 158.000 e 145.000 anni fa) e hanno sovrapposto i loro materiali su precedenti colate e su uno strato basale di arenarie, messe in luce dall'attività erosiva del torrente Olpeta.