Calcata

Calcata (VT)

Appollaiato su un acrocoro roccioso che domina la vallata completamente rivestita di bosco appare Calcata. Nel centro storico senz’auto si accede oltre una doppia porta ad arco, sovrastata dalle mura merlate del palazzo baronale Anguillara. Dalla piazza, dov’è la parrocchiale sconsacrata, partono stradine e vicoli dove sono alcuni negozi di artigiani, generalmente persone trasferitesi qui da altre zone d’Italia quando non addirittura dall’estero. E poi cortili, rampe dove siedono gatti, terrazzi affacciati sulla vallata e immersi nel silenzio: Calcata è tutta qui, davvero apparentemente fuori dal tempo. Viene infatti spesso definita come un luogo “dove il tempo s’è fermato”, col tufo dei muri che si compenetra con quello della rupe, unica isola di pietra bruna nella marea verde dei boschi.

Nelle carte ufficiali, pane quotidiano degli storici, Calcata fa il suo ingresso tardi. Vicende etrusche o falisce si possono solo supporre, mentre nel 700 è citata come centro di produzione agricola al servizio di Roma, voluto da papa Adriano I. Nel 974 l’abate di S.Gregorio al Celio di Roma diventa proprietario del castello, in seguito passato più volte di mano tra i Sinibaldi e gli Anguillara. A inizio Ottocento il borgo è ceduto ai Massimo. In epoca fascista Calcata, paese “da risanare”, rischia l’abbandono totale e di essere rasa al suolo: oggi vi vivono stabilmente alcune decine di persone.

La prima attenzione di chi vi si trova va a quel che ha sotto ai piedi: grossi ciottoli di fiume a lastricare le vie fin dal Settecento, a perpetuare un legame con l’ambiente circostante qui sempre presente. Un passaggio coperto è il diaframma ombroso tra il fuori e il dentro. Aldilà ci sono subito la piazza col castello o palazzo baronale e la chiesa parrocchiale. Altre stradine, altre piazzette conducono a scoprire in breve gli altri angoli di questo microcosmo, fino al passaggio sotterraneo della porta Segreta, via di fuga durante gli assedi.